Da Pordenone a Soverato, riconoscimento nazionale per «Fora pal mont», il film che riporta alla luce le sedonere
La menzione d’onore al Premio Vittorio De Seta valorizza il documentario dei pordenonesi Lorena Trevisan e Michele Pastrello dedicato alla memoria della Valcellina.
Una storia nata tra le montagne della provincia di Pordenone arriva su un palcoscenico nazionale e viene premiata per il suo valore culturale. Il documentario Fora pal mont - I passi rimasti, realizzato dai pordenonesi Lorena Trevisan e Michele Pastrello, ha ricevuto una menzione d’onore al Premio Vittorio De Seta.
Il riconoscimento è stato assegnato il 1° agosto 2026 a Soverato, nel corso della cerimonia ospitata dal Magna Graecia Film Festival. Il premio fa parte della venticinquesima edizione del Clorofilla Film Festival, rassegna promossa da Legambiente e dedicata a opere capaci di raccontare territori, comunità e memorie poco frequentate dal racconto ufficiale.
Per il territorio pordenonese si tratta di un risultato che dà visibilità a una vicenda profondamente legata alla Valcellina e alla sua storia sociale, riportando al centro esperienze femminili rimaste per decenni fuori dalle narrazioni più note.
Un film che parte dalla Valcellina
Il cuore del documentario sono le sedonere, chiamate in altre zone anche furlane: donne che nella prima metà del Novecento lasciavano i paesi di montagna per scendere verso la pianura spingendo carretti carichi di oggetti in legno da vendere.
Non era soltanto un viaggio di necessità economica. In quei percorsi faticosi, affrontati tra isolamento e povertà, prendeva forma anche un cambiamento personale e collettivo: l’uscita dal proprio ambiente, l’incontro con luoghi sconosciuti, una diversa consapevolezza del proprio ruolo.
Proprio questo aspetto è stato colto dalla giuria del premio, presieduta da Franco Blandi, che ha evidenziato nel lavoro dei due autori la capacità di restituire questa memoria con rigore e attenzione antropologica. Nella motivazione si sottolinea come il film faccia emergere un passaggio silenzioso ma decisivo, in cui il bisogno si intreccia con un percorso di emancipazione femminile.
Le voci raccolte tra Claut, Cimolais ed Erto
L’opera si costruisce attorno alle testimonianze di sei donne anziane, nate tra il 1926 e il 1935, che da bambine o ragazze furono tra le ultime protagoniste di questa migrazione stagionale. Le loro parole arrivano da Claut, Cimolais ed Erto, tre comunità che custodiscono una parte importante di questa eredità.
Attraverso i racconti personali, le immagini della valle e materiali fotografici d’epoca, il documentario ricompone un capitolo di storia locale rimasto a lungo ai margini. Ne emerge il peso del lavoro, ma anche la dignità di donne che non trasportavano soltanto utensili e mestoli: portavano con sé esperienza, resistenza e un diverso sguardo sul futuro.
Il senso del Premio Vittorio De Seta
Il riconoscimento dedicato a Vittorio De Seta guarda a opere che sanno interrogare il rapporto tra persone, luoghi e patrimoni materiali o immateriali spesso trascurati. La giuria ha richiamato anche la lezione del grande documentarista italiano, capace di raccontare il mondo popolare trovando nel quotidiano una forza narrativa profonda.
In questa chiave, I passi rimasti è stato letto come un lavoro che riporta al centro una vicenda rimasta troppo in ombra: quella delle donne della Valcellina che attraversavano la montagna non solo per sopravvivere, ma anche per aprire un varco a chi sarebbe arrivato dopo di loro.
Gli autori e la rete del progetto
A firmare il documentario sono due autori pordenonesi, Lorena Trevisan e Michele Pastrello. Nel film trova spazio anche la canzone originale “Feméne”, scritta e interpretata dal cantautore friulano Franco Giordani, inserita come ulteriore elemento di radicamento culturale dell’opera.
Il progetto è stato sviluppato in collaborazione con il Museo della Casa Clautana e con l’Ecomuseo Vajont, con il patrocinio di Carta di Pordenone, Voce Donna, Lis Aganis, Circolo culturale Menocchio, Afap aps e Uci. Una rete che conferma il legame stretto tra il documentario e il tessuto culturale del territorio.
Al di là del premio, resta il valore di un lavoro che riconsegna alla provincia di Pordenone una memoria concreta, fatta di nomi, passi e voci. Ed è proprio in quelle testimonianze raccolte tra Valcellina e dintorni che il film trova la sua forza più duratura.