I genitori di Nadia Orlando si raccontano a Nordest24: «il dolore e il messaggio ai giovani» | VIDEO

In studio a Nordest24TV i genitori di Nadia Orlando: una diretta intensa su segnali d’allarme, “no” e prevenzione.

19 febbraio 2026 10:42
I genitori di Nadia Orlando si raccontano a Nordest24: «il dolore e il messaggio ai giovani» | VIDEO -
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Una diretta che ha lasciato il segno, capace di trasformare lo studio televisivo in un luogo di ascolto vero, dove la cronaca si è fatta testimonianza e le parole hanno assunto il peso delle cose irrevocabili. Nella serata di 18 febbraio 2026, negli studi di Nordest24, si è svolta una puntata intensa e profondamente umana, con al centro una storia che continua a parlare alla società: quella di Nadia Orlando.

A guidare l’incontro è stato Patrick Ganzini, che ha aperto la trasmissione con un breve monologo introduttivo – come sua consuetudine – ma chiarendo subito che, in un’occasione così, “ogni parola sarebbe superflua” perché gli ospiti “parlano da sé”. Accanto a lui, in studio, i genitori di Nadia Orlando, Antonella Zuccolo e Andrea Orlando, protagonisti di un confronto che ha alternato dolore, consapevolezza, denuncia e un messaggio chiaro: la prevenzione passa dal riconoscere i segnali, dal rispetto del no, dall’educazione e da una società che non può più voltarsi dall’altra parte.

Una presenza che vale più di mille parole: la forza di Antonella e Andrea Orlando

L’ospitalità in studio non è stata una semplice intervista. È stata la scelta – ancora una volta – di mettere il proprio vissuto al servizio degli altri, di trasformare la tragedia in impegno, e la memoria in azione. Antonella Zuccolo e Andrea Orlando hanno ripercorso passaggi dolorosi, ma lo hanno fatto con l’obiettivo di trasmettere un insegnamento: ciò che è successo a loro non appartiene a “casi isolati” o a contesti “disagiati”.

Antonella lo ha detto con nettezza: quello che è accaduto “può succedere in qualsiasi famiglia normale”. La loro, ha raccontato, era una famiglia “classica”, con figli “bravissimi”, con Nadia che ascoltava e si fidava. Eppure, proprio lì, dove nulla sembrava indicare un pericolo, si è insinuata una dinamica che molte ragazze – e molte famiglie – faticano a riconoscere finché non è troppo tardi.

I segnali che cambiano tutto: gelosia, controllo, isolamento e violenza psicologica

Il cuore della testimonianza è stato uno dei punti più delicati: il racconto dei segnali che spesso precedono le tragedie. Antonella ha spiegato che l’uomo che poi avrebbe ucciso Nadia “era il classico ragazzo laureato in giacca e cravatta”, quello che – all’apparenza – molte madri vedrebbero come “perfetto” per la figlia. Proprio per questo, ha sottolineato, la percezione comune rischia di ingannare.

Eppure, lei quei segnali li aveva notati “da subito”. Ha parlato di un comportamento geloso, possessivo, egocentrico, “narciso”, e soprattutto di una strategia che molte vittime sperimentano: il cambiamento graduale, l’isolamento dalle amiche, dagli amici, perfino dai cugini. Un controllo che non inizia con gli schiaffi, ma con l’erosione lenta dell’autonomia: “voleva l’attenzione solo su di lui”.

Antonella racconta di aver avvisato Nadia, di averle ripetuto “Ma Nadia, ma non ti accorgi?”. Ma Nadia era innamorata, e non era “sprovveduta”. Il nodo, ha spiegato la madre, è la violenza psicologica: subdola, costante, capace di confondere e far apparire “normale” ciò che normale non è. Nadia, nonostante gli avvertimenti, “vedeva sempre del positivo”, vedeva “sempre del bello” in quel ragazzo che inizialmente piaceva a tutti, anche ai genitori. Poi, col tempo, Antonella ha ammesso che a lei “non piaceva più”.

L’istinto materno, le campanelle d’allarme e quello che non va ignorato

Uno dei passaggi più forti della serata ha riguardato l’istinto. Patrick Ganzini ha richiamato quel “colpo al cuore”, quella sensazione improvvisa, e ha chiesto ad Antonella di parlare alle madri: quali sono le campanelle d’allarme da non sottovalutare?

Antonella ha descritto i cambiamenti: una figlia che improvvisamente non è più se stessa, che non esce più, che interrompe abitudini consolidate. Ha portato un esempio concreto e attualissimo: l’uso dei social. Lei e il marito hanno ammesso di non essere “social”, e per questo non si erano accorti di un elemento che oggi può diventare un segnale: Nadia aveva smesso di postare foto, “non postava più niente”, nemmeno immagini di coppia. È un dettaglio che, ha spiegato, loro raccontano anche nelle scuole: se un’amica o un amico cambia improvvisamente abitudini, “alzate le antenne”.

Il “maledetto lunedì” e l’errore più comune: l’ultimo incontro chiarificatore

Il racconto ha poi toccato un punto decisivo, quello che i genitori di Nadia descrivono come una delle trappole più pericolose: l’idea dell’ultimo incontro per “chiarire”. Antonella ha ricordato che Nadia voleva chiudere la relazione, che da giorni cercava di interrompere definitivamente, ma lui insisteva e chiedeva di vedersi.

La madre ha spiegato che, in quel momento, non aveva percepito un pericolo mortale. Pensava, piuttosto, alla possibilità che Nadia ricadesse nella trappola emotiva. Le sue ultime parole a Nadia sono state: “Se hai detto no, deve essere no”. Il timore era quello di una manipolazione, di un ritorno, di una pressione psicologica. Solo “col senno di poi” – ha detto – si comprende quanto quell’ultimo incontro sia spesso l’innesco della tragedia.

Il riferimento temporale è stato netto: “quel maledetto lunedì sera del 31 luglio 2017”, quando Nadia disse che lui sarebbe venuto “per un chiarimento”. E qui la frase più dura, trasformata in avvertimento per chi ascolta: non ci deve essere l’ultimo incontro chiarificatore. Se proprio si deve comunicare, lo si faccia al telefono, con amiche presenti, in famiglia, con i genitori. Ma “assolutamente no” all’appuntamento isolato.

Andrea Orlando: “Il no va rispettato, sempre. E si risponde con rispetto”

Patrick Ganzini ha coinvolto direttamente Andrea Orlando sul tema dell’ultimo incontro e sul valore del no. La sua risposta è stata un manifesto educativo: il “no” è una piccola negazione, tra le prime parole insegnate a un bambino, la prima barriera che educa ai limiti. E proprio perché è così basilare, deve essere rispettato “nel momento, nel luogo e nel contesto in cui viene detto”.

Andrea ha sottolineato che non è normale che qualcuno si “autorizzi” a togliere la vita a chi diceva di amare. Da qui il collegamento ad altri casi che hanno scosso il Paese, come quello di Giulia Cecchettin, citato in studio per le similitudini: anche lì un rifiuto, un “no”, un’incapacità di accettare la fine.

Nel ragionamento di Andrea, il problema è culturale e riguarda la società: manca la capacità di sopportare il rifiuto, manca lo spirito di adattarsi, di affrontare i problemi quotidiani senza trasformarli in ossessione. Il litigio esiste “nelle famiglie normalmente”, ma ciò che si è spezzato è la capacità di “superare” e di accettare che una persona non ti voglia più.

Vanes Granzotto e il gruppo "Chei del Moss": memoria, cammini e iniziative in Friuli Venezia Giulia

Accanto ai genitori di Nadia Orlando, in studio era presente anche Wanes Granzotto, presentato come guida del gruppo Chei del Moss, realtà che organizza iniziative in Friuli Venezia Giulia legate al tema dei femminicidi, della memoria e della sensibilizzazione.

Granzotto ha raccontato che il gruppo è nato nella primavera del 2024, quasi per caso: un gruppo di amici si era riunito per una camminata nella settimana di Ferragosto “con un asinello”. Da lì l’idea di dare un significato al gesto e trasformarlo in un progetto strutturato: La camminata per la vita.

Il percorso, ha spiegato, è diventato una sorta di “pellegrinaggio” per ripercorrere i luoghi dei femminicidi nella provincia di Pordenone. Tappe che non sono solo geografia, ma ferite della comunità:

  • Roveredo in Piano, per ricordare Laurelia Laurenti

  • Spilimbergo, per Michela Baldo

  • Piancavallo, dove con il Comune sono state posizionate due targhe in ricordo di Giulia Cecchettin, diventata – come ha detto Granzotto – un simbolo: “c’è un prima e un dopo Giulia”

  • Caneva, per ricordare Elenia Breda, uccisa negli anni 2000 a Fiaschetti di Caneva

  • Fontanafredda, per Gabriella Salvador, considerata una delle prime vittime, nel 1995

L’obiettivo non è solo commemorare, ma far riflettere sul fatto che “lì non bisogna mai arrivarci”: esistono molte strade prima, esistono aiuti, enti strutturati, possibilità di chiedere supporto. E qui la frase che riassume la missione: basta “una persona” che trovi coraggio e forza di chiedere aiuto, perché ciò che fanno abbia senso.

“Non è come leggerlo sul giornale”: il valore del confronto diretto e dell’empatia

Uno dei passaggi più sentiti è stato quando Patrick Ganzini ha chiesto a Granzotto cosa vede nel pubblico durante questi incontri: l’emozione, gli occhi lucidi, la commozione. Granzotto ha portato l’esempio della chiusura fatta a Fontanafredda, dove erano presenti Andrea, Antonella e altre famiglie. Ha detto chiaramente che per loro è difficile mettersi davanti alle persone e raccontare storie che restano “a vita”. Ma proprio quel dolore, quando viene ascoltato dal vivo, cambia la percezione: molte persone, a fine incontro, si avvicinano dicendo che non è come leggere sul giornale o vedere in televisione, perché “ti penetra dentro” la commozione e il messaggio.

In studio si è parlato anche di empatia come antidoto: se si riuscisse a comprendere davvero il dolore che c’è dietro queste famiglie, probabilmente si ridurrebbe la distanza emotiva che rende certi fatti “solo cronaca”.

I ragazzi e la scuola: dove il messaggio arriva davvero

Il confronto si è spostato sulle nuove generazioni. Antonella Zuccolo ha raccontato che loro hanno iniziato il percorso di sensibilizzazione a fine 2018, dopo un tempo necessario per trasformare il dolore in coraggio. Da allora, tante serate e tanti incontri, in particolare con le scuole.

Ha spiegato una distinzione importante: gli incontri serali “entrano nel cuore”, ma spesso il pubblico è composto da mamme, nonne, zie. I ragazzi sono pochi, a volte assenti. Il messaggio arriva davvero quando loro entrano nelle scuole: lì vedono occhi attenti, occhi lucidi, e un ascolto diverso rispetto ad altri argomenti. E lo confermano anche i professori: in altri contesti i ragazzi si distraggono, guardano il telefono, escono. In quei momenti, invece, restano.

Alla fine degli incontri, ha raccontato Antonella, molti giovani si avvicinano spontaneamente per abbracciare e baciare: un gesto non imposto da nessuno, che nasce “da dentro”. E lì, ha detto, capiscono di “colpire nel segno”. Non perché sia solo la storia di Nadia, ma perché “sono tante altre ragazze” che vivono dinamiche simili e che magari pensano sia normale: “se è tanto geloso è perché mi vuole bene”. Proprio per questo, secondo lei, servono sempre più incontri nelle scuole: dove non arriva la famiglia, deve arrivare la scuola.

“Ci sentiamo utili”: la fatica e la speranza dopo ogni incontro

Patrick Ganzini ha chiesto anche cosa resta dentro, una volta usciti da questi convegni. Antonella ha risposto senza romanticismi: si esce “distrutti”, perché stare con i ragazzi fa bene e fa male insieme. Ma sì, alla fine si sente anche un senso di utilità: l’idea che quell’incontro possa servire a qualcuno, che possa evitare un altro dramma.

Un sentimento che si intreccia con la speranza, pur consapevoli che nulla potrà mai riportare indietro il tempo.

Il tema della violenza tra giovanissimi e l’effetto emulazione

Andrea Orlando ha ampliato il discorso oltre il femminicidio, parlando di violenza crescente tra giovanissimi: accoltellamenti, aggressioni dentro e fuori la scuola, episodi sempre più frequenti. Nella sua lettura, il nodo è il rispetto verso le persone e verso le cose, ma anche l’impatto mediatico.

Ha parlato di “troppa pubblicità mediatica” e del ruolo dei social e delle tecnologie: ciò che accade in un luogo, oggi, diventa immediatamente visibile ovunque. Questo alimenta anche dinamiche di emulazione, con ondate di episodi simili che si ripetono. Se si continua così, ha detto, “andremo sempre a peggiorare una società già malata”.

Legge e giustizia: “La pena certa, senza attenuanti”

Un segmento particolarmente duro ha riguardato la legislazione. Patrick Ganzini ha ricordato che da poco il femminicidio è diventato reato autonomo punibile con l’ergastolo e ha chiesto a Antonella se questo rappresenti un passo avanti, e cosa pensi delle attenuanti.

La risposta è stata netta: “No, assolutamente no” alle attenuanti. Antonella ha spiegato che si arrabbiano perché ogni sera la cronaca riporta casi simili e la sensazione è che la giustizia non sia abbastanza ferma. Ha parlato dell’assassino di Nadia, del fatto che “non ha mai detto la verità”, e ha sottolineato come, al di là dei dettagli tecnici (“soffocata” o “strangolata”), il punto resta uno: hai deciso di togliere la vita a una persona.

Ha ricordato anche aspetti del processo, la questione della premeditazione non menzionata, e l’idea che lui “quella sera” fosse venuto convinto di ciò che voleva fare, mentre Nadia uscì di casa “ingenuamente”. La richiesta è chiara: carcere a vita, senza attenuanti, “perché uno sa che una volta entrato non uscirà più”. Ha citato anche un elemento che per la famiglia è stato incomprensibile: “gli erano stati concessi i domiciliari”. Da qui l’espressione ripetuta: serve la pena certa.

Patrick Ganzini ha chiesto anche se, davanti a sentenze discusse o a casi che tornano alla ribalta, loro rivivano il dolore. Antonella ha risposto che sì, e che oltre al dolore cresce anche la rabbia, soprattutto ascoltando in tribunale come certi avvocati difendano “un assassino”. Il suo appello è che chi giudica, ogni tanto, si metta anche dalla parte delle vittime e dei familiari.

I progetti futuri: Conegliano, Vittoriese e la fiera di Pordenone

Nella parte finale, Wanes Granzotto ha parlato dei progetti futuri del gruppo. La camminata vera e propria resta fissata nella settimana di Ferragosto, scelta anche per ragioni pratiche: molti lavorano e dedicano una settimana delle vacanze a questa iniziativa.

Per l’anno in corso, l’intenzione è ripercorrere i luoghi dei femminicidi nella zona di Conegliano e del Vittoriese, territori dove purtroppo ci sono stati casi. La decisione nasce anche dal fatto che l’anno precedente Conegliano aveva partecipato “come regione vicina” a una commemorazione, e ora l’idea è affiancarli in qualcosa di più concreto.

Non solo camminate: il progetto prevede anche una serie di convegni formativi e informativi. E un appuntamento già fissato è quello dell’8 marzo alla fiera di Pordenone, nell’ambito della manifestazione “cucinare”, con “cucinare con la camminata per la vita”. Granzotto ha annunciato che presenteranno il progetto con il coinvolgimento di Coldiretti Donne, prodotti messi a disposizione, la presenza delle Lady Chef (volontariato dell’Associazione Italiana Cuochi d’Italia) per confezionare degustazioni, e il servizio affidato ai ragazzi dell’Istituto Flora di Pordenone.

Il coinvolgimento dei giovani, in questa visione, non è una cornice: è una necessità. Perché – si è detto in studio – il “no” va imparato da piccoli, e lo sport può diventare un terreno educativo. Granzotto ha lanciato l’idea di coinvolgere anche le società sportive: nello sport il “no” esiste, si cresce con le regole, con la disciplina, con il limite. Stare in panchina, essere sostituiti, accettare decisioni: tutto questo può insegnare a rispettare i confini anche nella vita.

“Non trasformare la tragedia in odio”: la scelta di restare tra la gente

L’ultima parte della puntata è stata forse la più intima. Patrick Ganzini ha chiesto ad Antonella come si riesca a trasformare una tragedia in qualcosa che non diventi odio. La risposta è stata una fotografia della comunità: loro non sono stati lasciati soli. Già da poche ore dopo, hanno avuto la casa piena di amici, conoscenti e anche persone sconosciute che suonavano, si presentavano, portavano una parola di affetto.

Da lì la domanda: perché chiudersi nel dolore? Anche perché loro hanno ancora un figlio. Antonella ha parlato della loro indole, del piacere di stare in mezzo alla gente, ai ragazzi, ai bambini. E ha detto che questa scelta è quella che li fa stare bene. Ha espresso anche un pensiero di fede: forse è Nadia “da lassù” che guida, che ha dato loro una missione. Il dolore, ha detto, lo hanno voluto trasformare in qualcosa di utile per gli altri: Nadia non ne ha più bisogno, ma “per altre ragazze e ragazzi” sperano di sì.

Sopravvivere ogni giorno: mente occupata, nuovi equilibri e un pensiero fisso

C’è stato spazio anche per una domanda difficile: come si riesce, nel quotidiano, ad avere la forza di andare avanti? Antonella ha risposto parlando di un’esigenza: tenere la mente occupata, più che il fisico. La vita è cambiata, non sarà più come prima, ma serve trovare un nuovo equilibrio tra famiglia, lavoro e tutto il resto. Non si vive più guardando lontano, non c’è più la proiezione del “quando andrò in pensione”, ma si vive “alla giornata”, facendo ciò che fa stare bene.

Ha raccontato una routine che pesa come un macigno: alla sera vanno a dormire pensando già a cosa fare il giorno dopo, e al mattino “il primo pensiero è andare in cimitero” da Nadia. Da lì, inizia la giornata.

“Nadia è al nostro fianco”: la missione e l’appello alle famiglie

Patrick Ganzini ha chiuso con una domanda rivolta ad Andrea: Nadia è ancora accanto a voi? Andrea ha risposto che sì, Nadia dà loro la forza di parlare e di testimoniare ai ragazzi. Ha parlato di una missione voluta da lei, ricordandola come una ragazza molto sensibile, attenta alle persone con disabilità e a chi era messo ai margini. Da qui la convinzione che abbiano ricevuto un compito da portare avanti.

Ma Andrea ha anche rimarcato un punto chiave: non possono essere loro a “salvare il mondo”. Serve una nuova formazione delle famiglie. Non può essere solo la scuola a insegnare il comportamento. È la famiglia, “in primis”, a impostare conoscenze, cultura e rispetto nei bambini che saranno il futuro della società.

Un’ultima aggiunta: i fondi raccolti per gli orfani di femminicidio

In chiusura, Wanes Granzotto ha voluto aggiungere un elemento concreto, spesso invisibile dietro gli eventi. Ha citato la scorsa edizione della camminata, ricordando anche Nadia Orlando, Lisa Puzzoli a Basiliano (Villa Orba) e Turia e Rebai con la piccola IBA a Pordenone. Ha spiegato che sono stati raccolti fondi da destinare ai sei minori della regione rimasti orfani di madre per femminicidio: “sono stati versati 580 euro a testa”.

Ha ricordato anche che Antonella e Andrea – insieme a Mirella e Maurizio – hanno camminato con loro l’anno precedente, seguendo tutti i percorsi: una presenza che per il gruppo ha avuto un significato enorme.

La puntata del 18 febbraio 2026 si è chiusa con i ringraziamenti di Patrick Ganzini agli ospiti e al pubblico, con un messaggio che resta sospeso tra dolore e speranza: ascoltare dal vivo, guardare negli occhi chi porta queste storie, cambia tutto. Perché la cronaca, quando diventa responsabilità collettiva, smette di essere un titolo e diventa un impegno.

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