Patrimonio nascosto del cinema italiano torna alla luce: a Pordenone la mostra dedicata a Fellini
A Pordenone e Rimini una mostra riscopre le fotografie inedite di Deborah Beer sui set di Federico Fellini.
PORDENONE - In occasione del 20 gennaio, anniversario della nascita di Federico Fellini, il patrimonio visivo del cinema italiano si arricchisce di un capitolo prezioso e finora rimasto in ombra. Grazie a un accordo tra il Fellini Museum del Comune di Rimini e Cinemazero di Pordenone, prende vita Le magie di Federico Fellini, le alchimie di Deborah Beer, un progetto espositivo che è anzitutto una restituzione attiva: molte decine di fotografie di Deborah Beer, di cui Cinemazero detiene diritti e patrimoni, sono rimaste per decenni silenziose; ora, ritrovate da poco negli archivi di Rimini, tornano a essere esposte, studiate e condivise.
Curata da Riccardo Costantini e Marco Leonetti, la doppia mostra, corredata da un’importante pubblicazione edita da Dario Cimorelli Editore con un saggio introduttivo a cura di Marco Bertozzi e un approfondimento di Andrea Crozzoli, si snoda tra il Fellini Museum – Palazzo del Fulgor a Rimini e Cinemazero di Pordenone, negli spazi espositivi di spazioZero, costruendo un dialogo tra due contesti che si fondono in un unico corpo di immagini capace di rimettere in movimento il senso profondo dell’opera felliniana.
Queste fotografie non sono semplici documenti di lavorazione ma forme intermedie dell’immagine. Situate in un territorio ambiguo tra il fotogramma e il documento, come spiegano gli stessi curatori, catturano il cinema mentre prende forma, quando il set è ancora un’officina creativa e l’immagine non si è ancora cristallizzata nel montaggio definitivo.
Il percorso espositivo, organizzato in tre sezioni ideali, guida il pubblico attraverso il gesto magnetico di Fellini al lavoro, le presenze decisive di Marcello Mastroianni e Giulietta Masina, e infine quella costellazione di volti laterali — comparse, figuranti e “tipi unici” — che costituivano l’incomparabile archivio umano del regista. È in questa attenzione per l’umanità più varia, per il “cine-circo” felliniano fatto di nobili decaduti, femministe, impiegati e figure marginali, che emerge il demone creativo del Maestro, capace di offrire un raggio di luce a chiunque si affacciasse sul set.
Il corpus fotografico copre un arco temporale breve ma cruciale, tra il 1980 e il 1985, documentando i set de La città delle donne, E la nave va e Ginger e Fred. Attraverso l’obiettivo di Deborah Beer, si osserva la metamorfosi dello sguardo di Fellini sul proprio lavoro: dal caos saturo e coinvolto delle prime pellicole degli anni Ottanta fino a una messa in scena più misurata e teatrale, dove il set si dichiara finzione consapevole. Come osserva Marco Bertozzi nel suo saggio introduttivo, emerge anche la riflessione del regista sui mutamenti antropologici dell’epoca, come l’avvento della televisione commerciale in Ginger e Fred, rappresentata come un universo aggressivo e volgare, destinato a soffocare la fragilità della voce cinematografica. Le immagini restituiscono un Fellini demiurgo e vulnerabile, immerso nel fervore di un cantiere creativo che richiama le botteghe artigiane del passato.
Protagonista assoluta di questo ritrovamento è Deborah Imogen Beer, fotografa dalla sensibilità rara, cresciuta respirando cinema fin dall’adolescenza nel Berkshire. Trasferitasi a Roma negli anni Settanta insieme al compagno Gideon Bachmann, la Beer ha attraversato l’ultima grande stagione del cinema italiano, lavorando con maestri come Pasolini, Bertolucci e Antonioni. Come ricorda Andrea Crozzoli, sul set di Fellini la sua presenza era discreta e rispettosa: per non disturbare il regista, arrivò ad acquistare negli Stati Uniti motori silenziosissimi per le sue macchine fotografiche. Il suo era un lavoro di svelamento, un rapporto osmotico tra fotografia e cinema capace di racchiudere in un’unica immagine fissa tutta la complessità emotiva di una sequenza in movimento.
La mostra documenta anche il tramonto di un’epoca: quella dell’analogico, della pellicola e di una produzione cinematografica che permetteva al fotografo di scena di vivere integralmente il set. Attraverso le ultime sezioni emerge la nostalgia per un mondo che, già alla fine degli anni Ottanta, iniziava a cedere il passo alla fretta e alla massimizzazione del profitto, un cambiamento che lo stesso Fellini denunciò amaramente negli ultimi anni. Questo evento espositivo non celebra solo un grande regista e una straordinaria fotografa, ma restituisce la memoria di un rito collettivo, di una vera e propria festa creativa che ha segnato la storia culturale del nostro Paese.