Pordenonelegge parte dal Verdi con Rushdie: serata inaugurale e poi la corsa a New York per "Knife"
Lo scrittore apre il festival in città, riceve il riconoscimento sulla libertà e guarda alla prima del documentario dedicato alla sua ferita e alla ripresa.
La 27ª edizione di pordenonelegge comincia a Pordenone con uno degli ospiti più attesi dell’intero cartellone. Questa sera Salman Rushdie sarà al Teatro Verdi per l’incontro “Linguaggi della verità”, appuntamento che segna l’avvio simbolico del festival e che porta in città una delle voci più note del dibattito internazionale su letteratura e libertà.
Per l’autore la tappa pordenonese cade in giornate particolarmente dense. Dopo l’impegno di oggi, infatti, è prevista la partenza per gli Stati Uniti: il 17 settembre a New York è in programma la prima di Knife, il documentario firmato da Alex Gibney che ripercorre l’attentato del 2022 e il successivo cammino di recupero.
Durante l’incontro con la stampa del mattino, Rushdie ha spiegato di augurarsi di arrivare in tempo alla proiezione americana. Del film ha dato un giudizio positivo, pur ammettendo che la visione non sarà semplice sul piano personale, perché il racconto tocca in modo diretto un’esperienza ancora molto forte.
Una parte centrale del documentario nasce infatti dal materiale girato dalla moglie Rachel Eliza Griffiths, poetessa e fotografa, che ha registrato per mesi la vita quotidiana dopo l’aggressione: le cure, il ritorno graduale alle attività, la lunga fase di ricostruzione fisica e umana.
Una serata che dà il tono al festival
Al Verdi, alle 20, Rushdie sarà anche insignito del titolo di Ambassador of Freedom. Non è un dettaglio laterale: la sua presenza si inserisce in un’edizione costruita attorno al rapporto tra parola pubblica, libri e diritto di esprimersi senza intimidazioni.
Il presidente della Fondazione Pordenonelegge Michelangelo Agrusti ha richiamato proprio questo filo conduttore, collegando l’arrivo dello scrittore a un programma che mette al centro figure e storie segnate dal prezzo delle idee. Nel quadro del festival rientrano, tra gli altri, il riferimento al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il ricordo di Anna Politkovskaja attraverso il volume della figlia Vera e gli incontri ospitati nella Dissensio Arena.
Anche il curatore Alberto Garlini ha rimarcato il peso di Rushdie nella narrativa contemporanea, sottolineando la capacità della sua opera di moltiplicare i punti di vista e di sottrarsi a una lettura unica del reale. Un profilo che, per Pordenone, rende l’apertura del festival ancora più significativa.
Il documentario e il ritorno su una ferita ancora aperta
Knife, diretto dal regista premio Oscar Alex Gibney, affronta l’attacco che nel 2022 ha quasi ucciso lo scrittore. Rushdie ha spiegato che il film sceglie un registro misurato, affidando il racconto soprattutto alle sue parole e alle immagini raccolte in ambito familiare durante la convalescenza.
Proprio per questo, ha osservato, il lavoro potrà risultare coinvolgente per il pubblico ma molto impegnativo per chi quella vicenda l’ha vissuta in prima persona. Il documentario non si concentra soltanto sul momento della violenza, ma sulle conseguenze concrete lasciate dall’accoltellamento e sul tempo necessario per tornare a una normalità possibile.
Le parole su politica, verità e libertà di espressione
Nel confronto con i giornalisti non sono mancati passaggi sull’attualità. Parlando di Donald Trump, Rushdie ha detto che “non ha il senso dell’umorismo” e che pronuncia “il contrario della verità”, richiamando anche il tema dell’intelligenza artificiale. Sulla libertà di espressione ha invece mostrato fiducia nella resistenza degli scrittori, definiti persone ostinate, e ha espresso l’auspicio che la verità non finisca per dipendere dalle appartenenze.
Ha aggiunto che, a suo giudizio, Trump rappresenta un pericolo che va oltre il solo terreno della parola libera, ricordando anche la vicinanza delle elezioni di Mid-term negli Stati Uniti. Sul piano personale, Rushdie ha ripercorso la propria storia editoriale: quando uscì I Versi satanici era ancora ai primi libri pubblicati, mentre oggi la sua bibliografia conta 23 titoli, in gran parte scritti dopo la fatwa.
Lo scrittore ha detto di aver vissuto per un lungo periodo come un autore qualunque, almeno fino all’aggressione del 2022, che continua però a leggere come un episodio isolato e non come l’inizio di una nuova stagione di minacce permanenti.
Il tempo ritrovato e il giudizio sull’Iran
Rushdie ha parlato anche del valore che attribuisce al tempo dopo essere sopravvissuto all’attacco: un tempo “extra”, da dedicare a ciò che conta davvero. Nel suo intervento è entrato anche nella crisi iraniana, distinguendo tra la critica a un Islam radicale e a un regime che ha definito sanguinario e il giudizio negativo sulla guerra contro Teheran, considerata da lui una scelta destinata a produrre effetti opposti a quelli dichiarati.
Secondo lo scrittore, quel conflitto rischia infatti di rafforzare il potere che vorrebbe colpire, senza migliorare la condizione della popolazione iraniana. Un passaggio che si inserisce bene nel tono complessivo della sua presenza a Pordenone, dove la riflessione letteraria si intreccia apertamente con i nodi della politica internazionale.
Prima di lasciare la città per New York, Rushdie ha voluto dedicare anche un pensiero al festival friulano, dicendo di trovarsi molto bene a pordenonelegge. Per il pubblico pordenonese, intanto, resta una serata destinata a segnare l’avvio dell’edizione 2026 con un ospite che da anni incarna, nel bene e nel dolore, il tema della libertà della parola.