Da Gemona un messaggio che arriva anche al Pordenonese: il sisma del ’76 come lezione civile

Nel cinquantesimo anniversario dell’Orcolat, a Gemona la seduta solenne con Mattarella e Meloni. Al centro il ruolo dei Comuni, dell’autonomia e della ricostruzione.

06 maggio 2026 23:03
Da Gemona un messaggio che arriva anche al Pordenonese: il sisma del ’76 come lezione civile -
Condividi

Non solo commemorazione, ma un richiamo concreto a ciò che il Friuli Venezia Giulia ha saputo costruire dopo la sua ferita più profonda. A cinquant’anni dal terremoto del 6 maggio 1976, Gemona del Friuli ha ospitato la seduta straordinaria del Consiglio regionale, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e della presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

Per una provincia come quella di Pordenone, che del “Modello Friuli” ha condiviso effetti, crescita e cultura amministrativa, la giornata di Gemona ha avuto un significato che va oltre il ricordo. Il terremoto devastò in modo drammatico molte aree della regione, ma la risposta istituzionale e comunitaria che ne seguì cambiò il modo di pensare la ricostruzione in tutto il territorio friulano.

L’appuntamento si è svolto nel cinema teatro Sociale, luogo scelto per una cerimonia dal forte valore simbolico. In sala, accanto alle massime cariche dello Stato e della Regione, c’erano amministratori, sindaci e rappresentanti del mondo civile, militare e religioso, riuniti per rileggere una pagina che resta decisiva nella storia regionale.

Il cuore del messaggio: territori protagonisti

Nel suo intervento, il presidente del Consiglio regionale Mauro Bordin ha insistito su un punto che ancora oggi parla da vicino anche ai Comuni del Pordenonese: la scelta di affidare ai municipi un ruolo centrale nella fase della rinascita. Fu quella vicinanza ai paesi, alle famiglie e alle imprese a rendere possibile una ricostruzione rapida e coerente con i bisogni reali delle comunità.

Da lì prese forma quello che negli anni è stato identificato come “Modello Friuli”: responsabilità diffuse, istituzioni capaci di collaborare e decisioni prese vicino ai luoghi colpiti. Non un meccanismo astratto, ma un metodo fondato sulla fiducia nei territori e sulla capacità dei sindaci di leggere le urgenze senza passaggi lontani dalla realtà quotidiana.

Bordin ha ricordato anche come la memoria del sisma non coincida soltanto con il lutto. Il tempo, ha sottolineato, ha trasformato quel dolore in consapevolezza pubblica e in una cultura civile che ancora oggi rappresenta un patrimonio del Friuli Venezia Giulia.

Fedriga: ricostruire voleva dire difendere lavoro e comunità

Il presidente della Regione Massimiliano Fedriga ha allargato lo sguardo al significato politico e amministrativo della risposta al terremoto. La prova del 1976, ha osservato, mise alla verifica istituzioni e classe dirigente, chiamate ad agire in condizioni eccezionali con scelte fuori dall’ordinario.

Nel suo discorso ha richiamato una linea che resta impressa nella memoria regionale: prima rimettere in moto le fabbriche, poi le abitazioni, quindi gli edifici religiosi. Una gerarchia che a Gemona assume un peso simbolico particolare, ma che riguarda l’intero Friuli, compreso il tessuto produttivo pordenonese, da sempre legato alla capacità di trattenere lavoro, famiglie e presidi sociali nei territori.

Secondo Fedriga, quella strategia servì a impedire lo spopolamento e a mantenere vive le comunità. La ricostruzione, quindi, non fu soltanto edilizia: significò proteggere l’economia, rafforzare infrastrutture e dare continuità a una prospettiva di sviluppo.

Le istituzioni nazionali e la memoria dell’Orcolat

La presenza di Sergio Mattarella e Giorgia Meloni ha dato alla cerimonia un rilievo nazionale, dentro una ricorrenza che continua a essere un passaggio fondamentale non solo per il Friuli Venezia Giulia ma per l’Italia intera. Il sisma delle 21.06 del 6 maggio 1976, durato novantasei secondi, provocò quasi mille morti e oltre tremila feriti, segnando per sempre la vita di paesi e famiglie.

Nel corso della seduta è stato ricordato il contributo di chi rese possibile l’opera di soccorso e di ripartenza: dallo Stato alle Forze armate, dai Vigili del fuoco alla Protezione civile, fino al volontariato, alla Croce rossa, alla Caritas, agli alpini e alle tante realtà che si mobilitarono nei giorni più difficili. Un ringraziamento è andato anche ai Fogolârs friulani nel mondo, che sostennero la regione con aiuti e raccolte.

Tra i passaggi richiamati durante la commemorazione, anche l’eredità lasciata da quella stagione sul piano istituzionale. Bordin ha citato l’Università degli Studi di Udine come uno dei frutti più concreti di quella volontà di non limitarsi a ricostruire quanto era andato perduto, ma di creare nuove occasioni per il futuro.

Un anniversario che parla anche al presente

Nel ricordo del terremoto è entrato anche il tema della Protezione civile, sviluppatasi in modo decisivo proprio a partire dall’esperienza friulana. Bordin ha legato questo aspetto alla necessità di garantire strumenti adeguati a chi opera nelle emergenze, richiamando anche i recenti fatti di Preone come esempio della delicatezza di questi compiti.

Un altro filo conduttore della giornata è stato quello dell’autonomia speciale, indicata non come formula da celebrare ma come responsabilità quotidiana. L’idea di fondo emersa a Gemona è che il Friuli Venezia Giulia abbia saputo reagire perché unito, capace di riconoscersi in istituzioni credibili e in una forte partecipazione popolare.

Al termine della seduta, Fedriga ha accompagnato il Capo dello Stato a Palazzo Elti per la mostra “Friuli 1976 una gran voglia di vivere – Nel segno del Messaggero Veneto”, allestita in occasione degli 80 anni del quotidiano. Un ulteriore passaggio in un percorso di memoria che, a mezzo secolo dall’Orcolat, continua a parlare anche alle comunità del Pordenonese: la ricostruzione non fu soltanto una risposta all’emergenza, ma una scelta collettiva di identità, lavoro e futuro.

Segui Diario di Pordenone