Da Pordenone a Gemona, il ricordo del sisma unisce il Friuli: in messa anche le comunità affratellate

Alla celebrazione per i 50 anni del terremoto anche il legame con la diocesi di Concordia-Pordenone: presenti delegazioni nate dalla solidarietà del 1976.

03 maggio 2026 23:35
Da Pordenone a Gemona, il ricordo del sisma unisce il Friuli: in messa anche le comunità affratellate -
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C’è anche una traccia pordenonese dentro la grande commemorazione che a Gemona ha aperto i giorni del cinquantenario del terremoto del Friuli. Alla messa solenne celebrata nella caserma Goi-Pantanali, infatti, hanno trovato spazio pure i legami costruiti nel tempo con la diocesi di Concordia-Pordenone, segno di una solidarietà che non si è esaurita con l’emergenza del 1976.

La funzione religiosa, presieduta dal cardinale Matteo Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana, ha richiamato migliaia di persone in uno dei luoghi simbolo della tragedia. Con lui erano presenti il governatore Massimiliano Fedriga, gli assessori regionali Riccardo Riccardi e Barbara Zilli, il presidente del Consiglio regionale Mauro Bordin e numerose autorità civili, militari e religiose.

Per il territorio pordenonese il passaggio più significativo è stato il richiamo alle comunità affratellate dopo il sisma: sono 14 quelle legate alla diocesi di Concordia-Pordenone. Una presenza che conferma quanto la ricostruzione friulana sia stata un’opera condivisa tra territori diversi della regione, uniti allora dall’urgenza di aiutare e oggi da una memoria ancora viva.

Il peso della memoria in un luogo simbolico

La scelta della caserma Goi-Pantanali ha dato alla celebrazione un valore particolare. In quell’area, durante il terremoto, morirono 29 alpini del Battaglione Gemona a causa del crollo della struttura. A mezzo secolo di distanza, lo stesso spazio è diventato il punto di incontro per ricordare le vittime, chi portò soccorso e chi partecipò alla rinascita dei paesi colpiti.

Il sisma del 6 maggio 1976 segnò in profondità il Friuli: 990 morti, circa 2.500 feriti e 60mila sfollati. Numeri che spiegano da soli la portata di una ferita che attraversò anche le comunità del Pordenonese, chiamate insieme al resto della regione a contribuire a una ricostruzione difficile e lunga.

La celebrazione è stata accompagnata da un grande impianto liturgico e musicale: circa 200 coristi, un’orchestra di 30 strumentisti, 200 sacerdoti concelebranti e una ventina di vescovi. Tra i presuli presenti anche il vescovo di Concordia-Pordenone Giuseppe Pellegrini, accanto all’arcivescovo di Udine Riccardo Lamba, al vescovo di Gorizia Carlo Redaelli, al vescovo di Trieste Enrico Trevisi e ad altri rappresentanti della Chiesa italiana e d’oltreconfine.

Il messaggio di Zuppi e il valore della ricostruzione

Nell’omelia, il cardinale Zuppi ha insistito su un punto centrale: la capacità di condividere il dolore degli altri e di trasformarlo in responsabilità comune. Da lì, ha ricordato, nascono la ricostruzione e la possibilità di ripartire davvero. Un passaggio che ha dato alla cerimonia un significato non solo commemorativo, ma anche civile.

Il presidente della Cei ha richiamato la mobilitazione che seguì il terremoto e poi le ulteriori scosse di settembre, quando comunità, istituzioni, volontari e Chiesa si trovarono fianco a fianco. Nel suo intervento ha citato anche i “fruts”, i bambini, come immagine del futuro e della continuità, tema ripreso anche dal governatore Fedriga.

Fedriga ha sottolineato come proprio i valori della solidarietà e della bontà, evocati già allora dall’arcivescovo Alfredo Battisti, abbiano consentito al Friuli Venezia Giulia di diventare un esempio conosciuto ben oltre i confini regionali. Un modello costruito nel dolore, ma anche nella capacità di organizzarsi e di reagire.

Il legame con Pordenone dentro una storia friulana comune

Alla cerimonia erano presenti delegazioni provenienti da tutto il Friuli Venezia Giulia, oltre a rappresentanti di diocesi italiane e slovene, sindaci, alpini, volontari e amministratori. In questo quadro, il riferimento alle 14 comunità affratellate con la diocesi di Concordia-Pordenone ha riportato al centro il contributo di un’area che partecipò concretamente alla rete di sostegno nata dopo il sisma.

Accanto a queste, sono tornate a Gemona anche 32 delle 67 comunità gemellate con i paesi della Pedemontana udinese. La loro presenza ha trasformato la commemorazione in un incontro tra territori che, cinquant’anni fa, si riconobbero nella stessa necessità di aiutare, ospitare, sostenere e ricostruire.

Il presidente del Consiglio regionale Mauro Bordin ha evidenziato proprio questo doppio registro: da una parte il ricordo della distruzione, dall’altra l’orgoglio per una terra che seppe rimettersi in piedi. Anche Francesco Russo, vicepresidente dell’assemblea, ha richiamato il ruolo della Chiesa come struttura sociale capace di tenere unite le comunità nei momenti più difficili.

L’assessore Riccardo Riccardi ha ricordato inoltre l’impegno organizzativo necessario per rendere la caserma pronta ad accogliere la celebrazione, con un investimento regionale di 2 milioni di euro. Barbara Zilli ha invece insistito sul senso di gratitudine che ancora accompagna il ricordo di quanti intervennero allora per sostenere il Friuli.

Per il Pordenonese, la giornata di Gemona lascia soprattutto questo segno: il terremoto del 1976 non appartiene soltanto ai luoghi più duramente colpiti, ma a tutta la storia friulana. E il filo che lega Concordia-Pordenone a quella stagione di aiuto reciproco continua a raccontare, ancora oggi, una comunità capace di restare unita quando conta davvero.

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