Pordenone, il dibattito entra nelle fabbriche: Pellegrino boccia l’ipotesi di produzioni militari

Dopo il presidio cittadino, la consigliera regionale di Avs lega la crisi industriale del territorio alla necessità di difendere lavoro e vocazione civile degli stabilimenti.

30 luglio 2026 14:00
Pordenone, il dibattito entra nelle fabbriche: Pellegrino boccia l’ipotesi di produzioni militari -
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Il confronto aperto a Pordenone sul futuro delle fabbriche del territorio si sposta anche sul piano politico regionale. Dopo il presidio organizzato in città contro la possibilità di indirizzare parte della produzione verso il settore degli armamenti, la consigliera regionale Serena Pellegrino, di Alleanza Verdi e Sinistra, ha preso posizione con un no netto a questa prospettiva.

Il punto, nella lettura dell’esponente Avs, riguarda prima di tutto il destino del manifatturiero locale in una fase segnata da incertezze occupazionali e timori per diversi siti produttivi. Per Pellegrino, la difficoltà dell’industria non può trasformarsi nell’occasione per cambiare missione alle aziende nate in ambito civile.

Il peso del presidio organizzato in città

La presa di posizione arriva all’indomani della mobilitazione pordenonese che ha contestato l’idea di una riconversione produttiva legata alla difesa. Da qui l’accento posto sul ruolo del territorio, chiamato a discutere non solo di posti di lavoro e crisi aziendali, ma anche del modello industriale da perseguire nei prossimi anni.

Nel ragionamento sviluppato dalla consigliera, Pordenone non può essere letta soltanto come uno dei punti della mappa industriale regionale. La città, sostiene, è coinvolta in una scelta che tocca identità, prospettive economiche e immagine complessiva del territorio.

Il caso Electrolux e la linea di Avs

Tra gli esempi citati da Pellegrino c’è quello di Electrolux, richiamato come simbolo di un comparto manifatturiero costruito su produzioni civili. L’ipotesi che stabilimenti nati per l’elettrodomestico o per altre attività non militari possano entrare in una filiera delle armi viene definita dalla consigliera una strada da respingere.

Secondo la rappresentante regionale di Avs, la crisi non va archiviata come un passaggio inevitabile da cui far discendere qualsiasi soluzione. Al contrario, servono politiche industriali capaci di tutelare l’occupazione senza snaturare le funzioni produttive che hanno caratterizzato questi impianti.

Identità del territorio e riferimenti costituzionali

Nella sua dichiarazione, Pellegrino lega il tema anche al profilo pubblico di Pordenone. A suo giudizio, sarebbe contraddittorio immaginare per la città un ruolo legato alla cultura e, nello stesso tempo, accettare l’idea di un avanzamento della produzione bellica dentro il sistema industriale locale.

La consigliera richiama inoltre l’articolo 11 della Costituzione come quadro di riferimento politico e valoriale. In questa impostazione, un orientamento verso nuove produzioni militari risulterebbe incompatibile con una visione che rifiuta la guerra come strumento di risoluzione dei conflitti.

Uno scenario che riguarda tutto il Friuli Venezia Giulia

L’intervento non si ferma ai confini della provincia di Pordenone, ma allarga lo sguardo all’intero Friuli Venezia Giulia. Pellegrino osserva che la regione già convive con realtà connesse alla difesa, citando Leonardo e la base di Aviano, elementi che rendono ancora più delicato il dibattito su eventuali ulteriori passi in questa direzione.

Da qui la richiesta di interrompere qualsiasi spinta verso una trasformazione delle fabbriche civili in stabilimenti orientati alla produzione militare. Per la consigliera, la risposta alle crisi internazionali e alle difficoltà economiche non può passare da un ampliamento dell’industria delle armi, ma da scelte industriali e occupazionali diverse, in grado di dare continuità al lavoro senza cambiare natura al tessuto produttivo del territorio.

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